Google: streaming, pirateria e Content ID

Il nuovo rapporto pubblicato da Google in merito alla lotta alla pirateria restituisce una fotografia dello stato di salute dell'industria creativa.

Google: streaming, pirateria e Content ID

Il gruppo di Mountain View ha pubblicato l’edizione 2018 del rapporto How Google Fights Piracy in cui vengono illustrate le strategie messe in campo al fine di combattere il fenomeno della pirateria e con quali risultati. Il dato forse più significativo può in ogni caso essere riassunto in un’unica frase: a livello globale la diffusione non autorizzata di contenuti protetti da diritto d’autore è diminuita, mentre si registra una crescita degli introiti generati dalla circolazione legale degli stessi, grazie anche alle offerte praticate dalle piattaforme di streaming (audio e video) che sempre più portano sulla via della redenzione gli utenti che in passato erano soliti affidarsi ai circuiti P2P.

Nei mesi in cui l’Italia vede svanire un network quale TNTvillage a seguito della pressione legale subita, insomma, Google sottolinea i meriti delle piattaforme che hanno contribuito in proprio al raggiungimento dell’obiettivo. Per contro tra le parti rimane in ballo un braccio di ferro sul “value gap” che è destinato a durare ancora a lungo: al netto della caduta della pirateria, infatti, c’è una torta da spartire e gli attori in ballo vedono la presenza sempre più ingombrante delle piattaforme online a pretendere la loro – ampia – fetta di valore.

L’impegno di Google contro la pirateria

Google non è certo l’unica realtà impegnata su questo fronte. A livello locale segnaliamo ad esempio le modifiche al regolamento AGCOM sul tema introdotte il mese scorso, così come la riforma europea del copyright approvata a settembre non senza sollevare discussioni e critiche. In un simile contesto si inseriscono le iniziative di bigG, che per giungere all’obiettivo percorre una triplice strada: investimenti sulla tecnologia, definizioni di policy strutturate in modo da rispondere ad esigenze in costante cambiamento e collaborazione attiva con gli altri protagonisti del mercato.

Prendendo in considerazione YouTube, l’azienda californiana afferma di aver versato oltre 3 miliardi di dollari ai titolari del diritto d’autore che attraverso la piattaforma hanno potuto monetizzare l’utilizzo dei loro contenuti inclusi nei video caricati dagli utenti. Questo grazie al Content ID, sistema su cui il gruppo ha investito complessivamente più di 100 milioni di dollari. Altra fonte di guadagno per i creatori di contenuti è quella pubblicitaria: tra l’ottobre 2017 e il settembre 2018, YouTube ha destinato alle casse dell’industria musicale oltre 1,8 miliardi di dollari, frutto della riproduzione delle inserzioni associate ai filmati.

Passando invece al motore di ricerca, sono stati rimossi oltre 3 miliardi di URL che puntavano a pagine in cui scaricare contenuti protetti da copyright o che contenevano le risorse per effettuarne il download attraverso i circuiti peer-to-peer. A questo ha contribuito il volume di segnalazioni effettuate attraverso l’apposito tool messo a disposizione dalla società. Uno strumento che però, come riconosce bigG, viene talvolta abusato da coloro che chiedono la rimozione di pagine o file senza averne diritto, a fini politici o concorrenziali. Per questo è necessario un monitoraggio costante.

Restando in tema, nel 2017 l’azienda non ha approvato l’immissione nel proprio circuito di advertising per oltre 10 milioni di annunci poiché ritenuti in qualche modo connessi a una violazione del diritto d’autore. Ancora, l’approccio Follow the Money adottato ormai da lungo tempo e su larga scala continua a dare i suoi frutti: chi distribuisce online contenuti piratati spesso non lo fa per un bene superiore, ma al fine di ottenerne un guadagno. Seguire e bloccare il flusso di denaro generato da questi siti continua a rivelarsi un metodo efficace.

Google e la lotta alla pirateria

L’industria creativa deve ascoltare

Nel presentare il rapporto, Google parte dalla considerazione che la pirateria si manifesta laddove gli utenti incontrano difficoltà nell’accedere ai contenuti in modo autorizzato e legale (tesi che vede peraltro anche un risvolto uguale e contrario: all’aumentare delle piattaforme e della frammentazione dell’offerta, la pirateria potrebbe tornare a crescere). Possono essere ostacoli di tipo economico o tecnologico. Una riflessione che potrebbe sembrare scontata, ma in passato spesso ignorata dall’industria creativa nel tentativo di demonizzare un fenomeno senza la volontà di comprenderne appieno e a fondo le dinamiche e le cause scatenanti. Da qui le piattaforme possono partire per definire o ridefinire la propria offerta, per migliorarla ed evolverla, andando a soddisfare un bisogno adattando il servizio alle esigenze manifestate anziché imporre ciecamente le modalità di fruizione. Queste le parole di Cedric Manara, Head of Copyright del gruppo.

Oggi i nostri servizi generano più entrate per i creator e per i detentori dei diritti, consentono a più persone di trovare e accedere ai contenuti che amano e si impegnano più che mai a contrastare la pirateria online. Siamo fieri dei progressi che raccontiamo in questo report: attraverso la continua innovazione e le partnership, lavoriamo per limitare le violazioni del copyright da parte dei malintenzionati, incoraggiando al tempo stesso le community di creativi che rendono Internet ciò che oggi amiamo.

I più cercati

Tra le pagine del report anche le chart dei contenuti più cercati dagli utenti intenzionati al download attraverso circuiti non autorizzati, spesso associati a termini come “torrent” o “free download”. Eccoli di seguito, suddivisi per categoria.

Musica (2017)

  1. Ariana Grande;
  2. Linkin Park;
  3. Lady Gaga.

Serie e contenuti TV (2017)

  1. Stranger Things;
  2. 13 Reasons Why;
  3. Big Brother Brasil.

Canzoni (2017)

  1. Despacito;
  2. Shape of You;
  3. Perfect.

Film (2017)

  1. It;
  2. Wonder Woman;
  3. Beauty and the Beast.
Fonte: Google Blog Italia

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