Il pornoweb cerca la svolta

Solo il 20 per cento dei contenuti pornografici è acquistato legalmente. L'industria di settore corre ai ripari, parla di lotta agli abusi ma boccia il DRM. Ecco cosa bolle in pentola

Roma – Vacilla l’industria del porno, che negli anni ha saputo imporre standard online e che ha saputo innovare lei stessa la rete . Il problema? La pirateria, capace di mettere in bocca agli industriali del porno parole non dissimili a quelle già ascoltate dai dirigenti delle major mainstream, parole contro gli abusi del diritto d’autore, e fuoco ad alzo zero contro i tanti che pensano di poter riprodurre abusivamente le immagini e i video pornografici senza subire conseguenze legali.

Pirateria e contraffazione. Per anni hanno vissuto in simbiosi con l’industria, che, nel suo interesse, lasciava fare. Ora però, complice l’ormai radicata convinzione della liceità dello scambio della pornografia, la pirateria si sta rivelando un vero e proprio parassita capace di fagocitare porzioni importanti di mercato. Ammesso che la gratuità non sia la motivazione principale che incoraggia a cedere alla tentazione del porno.

Altro problema è quello dei contenuti amatoriali che, come lamentava l’industria pochi mesi fa, trovano sempre più spazio presso portali di video sharing dedicati, assottigliando le vendite dei prodotti di “qualità industriale”.

Queste novità, sentenzia l’industria di settore, vanifica persino quelle originali strategie di marketing che l’industria tradizionale dei contenuti ancora non ha abbracciato. Gli imprenditori del porno, segnala ars technica , hanno deciso di non rassegnarsi: la scorsa settimana, nel corso di una conferenza strategica che ha movimentato la cosiddetta San Pornando Valley , si sono passate in rassegna le tattiche per reagire.

Greg Piccionelli, legale intervistato da AVN Media Network alla conferenza, calcola che i contenuti acquisiti legalmente che circolano sul mercato del porno non superino il 20 per cento del totale. Delle stime realistiche se si ritiene attendibile il dato secondo cui il 60 per cento dei file scambiati sulle reti P2P è “per adulti” (Fonte: NPD ). Considerando anche che esistono tracker torrent interamente dedicati allo sharing illegale di pornografia, e che anche i tracker generalisti, sottolinea TorrentFreak , ospitano circa il cinque per cento di torrent contrassegnati con la tripla X.

In questo quadro, sono due le correnti di pensiero predominanti fra gli imprenditori americani del porno. C’è chi vorrebbe adottare un approccio punitivo nei confronti dei pirati: si parla di istituire una sorta di MPAA del porno, e seguire le orme repressive dell’australiana Adult Industry Copyright Organisation ( AICO ), mentre alcuni dei magnati del settore stanno lavorando ad un sito web che raccoglierà segnalazioni, screenshot e qualunque altra prova di avvenute contraffazioni, da utilizzare in tribunale.

Piccionelli guida però una corrente che sostiene invece un approccio meno tradizionale, emerso nel corso della conferenza. L’avvocato parla di prezzi equi , che scoraggino i consumatori dall’attingere a mani basse dal calderone del P2P senza allontanarli dal mercato legale; prospetta l’avvento di prodotti “piratabili” come i contenuti digitali, abbinati al merchandising più vario , valore aggiunto che potrebbe spingere al consumo legale. Una filosofia che intende combattere lo sharing illegale e la contraffazione offrendo agli utenti alternative di qualità. In tutto questo un no secco piomba sui sistemi DRM, quelli pensati per impedire le copie (e spesso anche la fruizione), che Piccionelli ritiene del tutto inefficaci e controproducenti.

Gaia Bottà

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