Informazione a pagamento? No grazie

Fervono i preparativi, in vista di un'estate di fuoco. I giornali e gli editori si bardano per la battaglia dei contenuti a pagamento: ma pare che non abbiano ancora fatto i conti coi lettori

Roma – Il momento della svolta potrebbero essere i mondiali di calcio: a maggio , al più tardi a giugno, molti editori potrebbero decidere di compiere il passo che condurrebbe i propri contenuti nel recinto di quelli a pagamento . Le voci, oltremanica e oltreoceano , paiono farsi consistenti. A dire il vero, nel Belpaese qualcuno ha già iniziato a fare sperimentazioni di micropagamenti per contenuti altrove gratuiti, ma i risultati degli studi sui gusti dei lettori parlano chiaro: la stragrande maggioranza del pubblico non pare disposta a sborsare un euro (un dollaro o una lira) per fruire dei servizi che fino a oggi ha utilizzato gratuitamente.

Secondo PEW , il cui studio è stato finalmente reso pubblico totalmente dopo le anticipazioni di inizio mese, solo il 15 per cento dei potenziali lettori sarebbe disposto a mettere mano al portafogli nel caso il suo sito favorito dovesse decidere di passare al lato costoso della stampa : il resto , oltre 80 navigatori su 100, andrebbe a cercarsi le notizie altrove, abbandonando al suo destino l’editore che scommettesse sull’affezione dei fan della propria testata. In un sistema che fino a oggi ha provato, riuscendoci più o meno bene, a barcamenarsi col sostegno della pubblicità, il rischio di uno schianto repentino per assenza di lettori sarebbe più che concreto.

Quello che più colpisce nello studio PEW è la totale assenza del concetto di “affezione” per un sito: con l’universo di Internet a portata di clic, con la casellina di ricerca accanto a quella per digitare le URL (anzi, su Chrome coincidono), passare oltre, navigare trasversalmente in cerca di una notizia specifica diventa abituale e anzi raccomandabile . Non c’è più il lettore che si reca in edicola a comprare la singola testata di fiducia, il quotidiano o il periodico con un preciso taglio editoriale che ben si addice ai suoi gusti e alle sue idee: piuttosto, vale la pena visitare e consultare più fonti per confrontare (opinioni, ricostruzioni, giudizi, fatti) e poi estrapolare e costruire la propria idea sugli accadimenti.

Si tratta, alla luce di questo studio, di una sorta di stravolgimento del precedente assetto del settore: in alcuni casi, soprattutto per le testate generaliste, occorre entrare nell’ordine delle idee che il proprio sito sarà una tappa di una navigazione più estesa e articolata , ragione per la quale occorre pensare e ripensare un’offerta differente sia nei modi di proposizione dei contenuti che nelle variabili e nelle opzioni offerte al visitatore una volta raggiunto il proprio lido. Ovviamente, tentando di massimizzare la resa della pagina nel momento in cui venga richiesta.

La reazione degli editori non sembra al momento guardare con consapevolezza a questa realtà: la discussione sembra vertere per lo più su cosa convenga lasciare gratuito e cosa si possa provare a far pagare (tipicamente i contenuti di nicchia, quelli cioè seguiti da un pubblico di affezionati o amatori). Altre pindariche ipotesi riguardano la possibilità di creare pacchetti di contenuti, sulla falsariga di quanto accade ad esempio sulla pay TV, da vendere tutti assieme: come se, in un sol colpo, ci si abbonasse a un’intera offerta di un singolo editore (che magari produce 3 mensili e 4 settimanali). Oppure, perché no?, una bella tassa per finanziare l’editoria.

C’è anche chi si culla nell’illusione che, in un modo o nell’altro, la formula delle notizie a pagamento funzionerà: se si paga per la connessione, perché non pagare anche per la navigazione? In molti ripongono le proprie speranze nell’iPad e in tutta la genia di dispositivi che da esso verranno (ri)generati: ma se è vero che, nel caso della musica, Apple ha saputo fare miracoli, non è altrettanto vero che in questo caso si riproporrà la magia. Il contesto, la maturità e il tipo di utenti coinvolti, le cifre e il tipo di contenuti in gioco sono totalmente differenti dall’ultima volta. E Cupertino non è certo entrata in questo business per fare beneficenza.

In conclusione, invece di imparare dal passato il mondo dell’editoria pare stia andando dritto per la strada che ha regalato molti grattacapi alle industrie dei contenuti che si sono già affacciate su Internet: in Rete il concetto di album musicale è durato la frazione di un secondo (tanto è vero che iTunes vende un MP3 alla volta), il DRM ha regalato tante soddisfazioni e il muro contro muro con i fornitori di servizi ha fatto altrettanto. E dire che, neppure una settimana fa, Lawrence Lessig in visita in Italia esortava tutti a non combattere guerre (per i contenuti) che non sarà possibile vincere .

Luca Annunziata

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  • angros scrive:
    Ma ha senso comprare i file di musica?
    Quando è possibile procurarsi il file con il brano che ti interessa gratuitamente, legalmente, in decine di modi diversi, che senso ha comprarlo?
    • pippO scrive:
      Re: Ma ha senso comprare i file di musica?

      Quando è possibile procurarsi il file con il
      brano che ti interessa gratuitamente, legalmente,
      in decine di modi diversi, che senso ha
      comprarlo?Legalmente e gratis la discografia di uno a caso Michael Jackson?Dimmi dove corro subito... :D
      • angros scrive:
        Re: Ma ha senso comprare i file di musica?
        http://www.youtube.com/results?search_query=michael+jacksonTi bastano? I suoi brani ci sono tutti.
        • ginevrica scrive:
          Re: Ma ha senso comprare i file di musica?
          Senza dubbio ci sono migliaia di brani gratuiti a disposizione, ma ad esempio, se si vuol avere qualcosa di diverso, che so una radio in streaming o qualcosa del genere si paga..poi dipende tutto dai prezzi. Per esempio KeRadio ha un ottimo rapporto qualità/prezzo.
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