La sfida del video on demand

Adesso ci si mette pure Blockbuster che, in cerca di una boccata d'aria per i suoi bilanci, si allea con TiVo. Il supporto fisico si avvia verso il tramonto? Oltreoceano ne sembrano convinti
Adesso ci si mette pure Blockbuster che, in cerca di una boccata d'aria per i suoi bilanci, si allea con TiVo. Il supporto fisico si avvia verso il tramonto? Oltreoceano ne sembrano convinti

Solo ieri si discuteva della mossa di Warner di buttarsi nella distribuzione digitale, e meno di 24 ore dopo ecco arrivare un’altra notizia destinata a scuotere il mercato: Blockbuster , nome per antonomasia associato al noleggio di videocassette (una volta) e supporti ottici (DVD e Blu-ray oggi), fa il grande passo e si lancia anche nella distribuzione via Internet . Lo fa stringendo un accordo con uno dei nomi più noti tra i produttori di set-top-box, pioniere del digital video recording e già attivo nel campo del video on demand: TiVo . Una mossa con molti risvolti per il futuro di entrambi.

Blockbuster, innanzi tutto, non vive il momento più roseo della sua storia: all’inizio del mese ha rischiato di dover portare i libri contabili in tribunale, e solo grazie ad un finanziamento dell’ultimo minuto è riuscito a scongiurare questa eventualità. Il progressivo contrarsi del mercato del noleggio, con i DVD sempre meno in linea con i gusti degli utenti finali, ha costretto l’azienda a rivedere i suoi piani: maggiore attenzione per i videogiochi, qualche esperimento – evidentemente non particolarmente ben riuscito – già portato avanti con gli apparecchi per lo streaming in salotto .

TiVo , da parte sua , affronta la concorrenza sempre più pressante di console (come la Xbox360, e ora pare pure la PS3) e lettori ottici di nuova generazione: senza contare che altri set-top-box ultimamente hanno attirato l’attenzione dei consumatori, spesso forniti assieme all’abbonamento a qualche servizio. Sulla sua piattaforma sono già disponibili 10mila titoli in streaming del catalogo Netflix, il principale concorrente anche di Blockbuster: ma si tratta di titoli per lo più di “catalogo”, mentre la nuova offerta dovrebbe consentire la fruizione di titoli cinematografici settimane prima del loro sbarco su pay-per-view e TV via cavo.

Si tratta insomma di un accordo che fa comodo ad entrambe le parti: TiVo guadagna contenuti di richiamo per tentare di rendere sempre più accattivante la propria offerta, e dunque vendere più apparecchi (anche attraverso i punti vendita del partner), mentre Blockbuster sperimenta nuovi canali di distribuzione che auspicabilmente garantiranno maggiori introiti alle sue esangui casse. Il costo per il noleggio spazierà tra 2 e 4 dollari (al massimo poco meno di 3 euro), per acquistare un film si dovrà invece sborsare qualcosa come 15 dollari per i titoli più datati, 20 per i più recenti (15 euro).

Prezzi tutto sommato allineati a quelli di altre piattaforme, iTunes e Amazon in testa: abbastanza da garantire un margine di guadagno più che adeguato per tutti gli attori in gioco, visto che la banda necessaria al download di un titolo costa ai fornitori del servizio pochi centesimi. E nonostante tutto questo possa finire per stroncare definitivamente il business del noleggio tradizionale, secondo la dirigenza di Blockbuster si tratta di una scelta obbligata : “La sfida per un retailer multi-canale – spiega il vicepresidente Kevin Lewis – impone di non considerare quello che può accadere alle diverse branche del proprio business. C’è bisogno di pensare a quello che vogliono gli utenti”.

E quello che vogliono gli utenti, secondo Blockbuster, è video in streaming sui set-top-box con tanto di DRM per impedire di spostarlo altrove: “Ci vedrete presto su un gran numero di dispositivi da ora in avanti – conferma Lewis, che aggiunge pure che la sua azienda punta anche agli apparecchi Apple – Abbiamo bisogno di essere nei posti dove normalmente i consumatori vogliono guardare i film”. Peccato che, suggerisce qualcuno, questa mossa arrivi forse un po’ in ritardo: con Hulu che acquisisce sempre più pubblico, e ora punta al mercato internazionale, forse il tempo dei video a pagamento potrebbe essere già finito.

Luca Annunziata

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25 03 2009
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