American Civil Liberties Union, Electronic Forntier Foundation e altre organizzazioni che difendono i diritti dei cittadini hanno scritto una lettera al CEO di Meta (Mark Zuckerberg) per chiedere l’immediata sospensione dello sviluppo della tecnologia di riconoscimento facciale prevista per gli smart glass Ray-Ban e Oakley. L’azienda di Menlo Park ha risposto con una dichiarazione simile a quella di metà febbraio.
Seria minaccia per la privacy
In base alle informazioni lette in un documento interno dal New York Times, Meta dovrebbe aggiungere il riconoscimento facciale agli smart glass Ray-Ban e Oakley entro fine 2026. La funzionalità, nota come Name Tag, permetterebbe agli utenti di identificare le persone che già conoscono (in quanto amici sulle piattaforme di Meta) oppure le persone che hanno un profilo pubblico. La fotocamera degli occhiali inquadra il volto e l’assistente Meta AI comunica il suo nome e altre informazioni.
Le organizzazioni scrivono nella lettera che questa tecnologia rappresenta una seria minaccia per la privacy e le libertà civili delle persone più vulnerabili, come donne, bambini, minoranze etniche e religiose, persone di colore e comunità LGBTQ+. Gli smart glass potrebbero essere utilizzati per molestie, stalking e anche come strumento di sorveglianza (ad esempio per rintracciare gli immigrati e schedare i partecipanti alle manifestazioni di protesta).
Le organizzazioni chiedono a Mark Zuckerberg di interrompere lo sviluppo della funzionalità Name Tag e simili basate sul riconoscimento facciale. Meta dovrebbe inoltre comunicare se ci sono state o sono in corso discussioni con le forze dell’ordine statunitensi sull’uso futuro degli smart glass.
Un portavoce dell’azienda di Menlo Park ha dichiarato:
I nostri concorrenti offrono questo tipo di riconoscimento facciale, noi no. Se dovessimo rilasciare una funzionalità del genere, adotteremmo un approccio molto ponderato prima di implementarla.
Una simile funzionalità non dovrebbe essere consentita in Europa perché il riconoscimento facciale è vietato sia dall’AI Act che dal GDPR (senza consenso esplicito).