Streaming, braccio di ferro fra Spotify e Apple

Apple rifiuta l'aggiornamento dell'app iOS di Spotify e la piattaforma musicale la accusa di agire per favorire Apple Music. Cupertino ribatte: le regole sono uguali per tutti

Roma – Fra Spotify e Apple è ormai battaglia: negli ultimi giorni le due aziende si sono scambiate lettere al vetriolo tramite i rispettivi uffici legali. Oggetto del contendere, le politiche di Cupertino per la gestione delle app sul proprio Store: app che, nel caso di Spotify, sono incidentalmente in concorrenza con la piattaforma musicale della Mela, Apple Music.

Spotify

Il servizio di musica digitale, riferisce un report di Recode , accusa Apple di ostacolare la concorrenza rifiutando l’aggiornamento della nuova versione della sua app per iPhone . Nella lettera inviata lo scorso 26 giugno dal consulente legale di Spotify, Horacio Gutierrez, al suo omologo di Apple, Bruce Sewell, la piattaforma di streaming afferma che Apple “sta causando un grave danno a Spotify e ai suoi clienti”. Apple ha infatti rifiutato una nuova versione della app di Spotify, citando fra l’altro nuove “regole per il modello di business” e chiedendo a Spotify di utilizzare il sistema di fatturazione di Apple per acquisire clienti e vendere abbonamenti.
Secondo Gutierrez, questa mossa andrebbe “contro le leggi sulla concorrenza sia negli USA sia nella UE”: il dirigente denuncia che “il comportamento di Apple di escludere o comprimere la competitività di Spotify su iOS, vista come rivale del proprio servizio Apple Music, va nella direzione di una condotta anticoncorrenziale”. “Non possiamo stare a guardare mentre Apple utilizza i processi di approvazione degli App Store come un’arma per danneggiare i concorrenti”, ha scritto il legale di Spotify.

La risposta di Apple non si è fatta attendere. In una lettera, stavolta ottenuta da Buzzfeed , il consulente legale dell’azienda Bruce Sewell rigetta tutte le accuse : “Troviamo pretestuoso che chiediate l’esenzione dalle regole che applichiamo a tutti gli sviluppatori e facciate ricorso pubblicamente a indiscrezioni e mezze verità sui nostro servizio”. Secondo Sewell, Apple sta agendo in modo legittimo: “Le nostre linee guida sono le stesse per tutti gli sviluppatori, siano essi ideatori di videogame, rivenditori di libri o di servizi di streaming video o distributori di musica digitale, senza tenere conto se essi siano o no concorrenti diretti di Apple. Le regole non sono state modificate quando abbiamo introdotto il nostro servizio di musica in streaming ovvero quando Spotify è diventato un nostro concorrente. Ma ora è Spotify che vorrebbe un trattamento preferenziale da parte di Apple”.

Quanto alle accuse di danneggiamento, Sewell risponde che “non c’è nulla nella condotta di Apple che possa riportare a una violazione delle leggi antitrust”. Anzi: Sewell riferisce che “La piattaforma di Apple ha generato centinaia di milioni di dollari di ricavi per Spotify, mentre è la app di Spotify attualmente nell’App Store a violare le nostre linee guida”. “Saremo felici di arrivare a una rapida revisione e approvazione della vostra app non appena ce ne fornirete una che sia compatibile con le regole di App Store”, conclude il legale della Mela.

La contesa fra le due aziende sembra essere giunta allo scontro aperto, dopo un lungo periodo di scaramucce. Nei mesi scorsi, infatti, Spotify ha denunciato pubblicamente, e ai vari enti regolatori americani ed europei, le politiche di abbonamento di Apple, che lederebbero gli interessi dei servizi di musica di terze parti che utilizzano la piattaforma Apple, mentre avvantaggerebbero Apple Music.
Come stanno realmente le cose? Apple fino ad ora ha addebitato una quota mensile fino al 30 per cento a coloro che utilizzano il suo sistema di fatturazione e non permette agli sviluppatori di utilizzare le sue app per promuovere servizi alternativi di abbonamento al di fuori delle app stesse.

Queste regole sollevarono molte polemiche quando furono introdotte da Apple, nel 2011, ma i principali editori hanno preferito aderire al sistema di fatturazione della app di Apple e pagare la quota extra. Quelli che non lo hanno fatto, come Amazon, offrono versioni molto limitate delle loro app sullo Store di applicazioni di Cupertino. Spotify ha usato il sistema di fatturazione di Apple per anni, facendo pagare la Apple Tax ai clienti, ovvero addebitando 12,99 euro anziché 9,99 euro per il servizio premium acquistato attraverso l’applicazione iOS. Nell’autunno scorso Spotify ha avviato una campagna offrendo ai nuovi abbonati la possibilità di usufruire del servizio per tre mesi a 0,99 dollari, abbonandosi con la mediazione del sito, campagna rinnovata il mese scorso. Ha quindi eliminato il meccanismo di acquisto all’interno dell’app e attivato un sistema che consente di eseguire il login agli account di chi si è abbonato dal sito Spotify, by-passando così l’applicazione, un meccanismo che la società di Cupertino ha interpretato come teso a scavalcare le regole per gli acquisti in-app .

Dalla parte di Spotify si è schierata anche la Application Developers Alliance , che per bocca del presidente e amministratore delegato Jake Ward ha affermato che “Apple sta deliberatamente creando attrito”.
Spotify detiene una posizione di rilievo nel settore della musica digitale, con 30 milioni di abbonati paganti registrati nel mese di marzo. Per contro, Apple può contare su 15 milioni di abbonati paganti al proprio servizio Apple Music.

Pierluigi Sandonnini

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