Uber, Stallman alla messicana

Autorità e utenti insoddisfatti tengono sotto tiro l'app del car sharing, nel mirino anche del guru del Free Software
Autorità e utenti insoddisfatti tengono sotto tiro l'app del car sharing, nel mirino anche del guru del Free Software

Da Taiwan a Philadelphia, Uber si ritrova al centro di un nuovo fuoco di opposizione, ma la bordata a sorpresa è quella di Richard Stallman: il fondatore della Free Software Foundation ha sottolineato come qualsiasi programma non open e free (in quanto app) minacci la libertà degli utenti ed apra la porta alle intercettazioni del Grande Fratello sui dispositivi mobile, permettendogli di seguire ogni spostamento dei cittadini.

Stallman non si ferma a questa considerazione: arriva a dire che, in quanto monopolio di fatto, Uber può stabilire arbitrariamente le tariffe, sfruttare gli autisti e impostare un rapporto con i governi, arrivando a permettergli il libero accesso ai dati.
Uber è stata per esempio accusata di avere una modalità di accesso eufemisticamente “God View” che permetterebbe ai suoi operatori di accedere a qualsiasi dato sui viaggi dei suoi utenti.

Per quanto Richard Stallman possa essere critico nei confronti dell’app, il 2014 si chiude per Uber all’insegna di numeri positivi (a dicembre ha ottenuto altri 1,2 miliardi di dollari in finanziamenti, per una valutazione complessiva di oltre 40 miliardi di dollari.

Questo nonostante le proteste dei tassisti scesi in piazza nelle principali città europee e nonostante le opposizioni delle autorità di mezzo mondo (dalla California al Brasile), preoccupate che il servizio possa rappresentare una forma illecita di concorrenza per le omologhe attività tradizionali.

In particolare le critiche sollevate nei confronti del servizio spaziano dall’incorretta tassazione, dal mancato controllo del background (e dei precedenti penali) degli autisti e alla mancanza della licenza necessaria ad offrire tale servizio.

Tutto questo ha portato già al blocco del servizio in Spagna e Thailandia, e da ultimo ha sollevato le proteste in Australia, dove l’associazione dei tassisti parla di una tecnologia rivoluzionaria con cui bisogna fare i conti ma che al momento anima un servizio illegale. A Philadelphia, invece, 45 aziende di taxi locali si sono unite per denunciare Uber presso la corte distrettuale della Pennsylvania, mentre a Taiwan le autorità minacciano di bloccarla, ed in Corea del Sud il CEO rischia addirittura due anni di prigione per “aver condotto un servizio di taxi illegalmente” nel paese.

Nel frattempo in India, dove Uber era stata coinvolta in seguito alle accuse di stupro mosse nei confronti di un suo autista, le autorità hanno emesso un nuovo regolamento che prevede l’obbligo di installazione di pulsanti anti-panico all’interno delle vetture e la necessità di ottenere una licenza come le altre compagnie di taxi : il servizio di car-sharing ha tuttavia già fatto sapere che non intende accettare le modifiche.

Oltre ai problemi con le autorità, peraltro, a San Francisco alcuni utenti del servizio si sono uniti in class action per denunciare la tariffa di un dollaro imposta su ogni corsa e ritenuta “ridicola”.

Claudio Tamburrino

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