Vodafone: no alla tassa di concessione governativa

Il presidente della compagnia telefonica si unisce ai consumatori nel chiedere l'abolizione di un balzello ritenuto non più giustificabile. E che, a suo dire, genera uno squilibrio nel mercato nazionale
Il presidente della compagnia telefonica si unisce ai consumatori nel chiedere l'abolizione di un balzello ritenuto non più giustificabile. E che, a suo dire, genera uno squilibrio nel mercato nazionale

Milano – Accade raramente che gli interessi delle associazioni di consumatori coincidano con quelli delle aziende. E la frase “Il governo elimini la tassa di concessione sugli abbonamenti dei cellulari” è già stata pronunciata, in più occasioni e coralmente, proprio da vari rappresentanti degli utenti. Ma ora questa richiesta viene anche dalle aziende: così ieri si è espresso il presidente di Vodafone Italia : Pietro Guindani.

Non si tratta di una notizia che giunge inaspettata: all’indomani dell’abolizione dei costi di ricarica – commissioni di cui gli operatori di telefonia mobile si facevano esattori ogni volta che gli utenti acquistavano credito per le proprie utenze prepagate – la TCG (Tassa di Concessione Governativa), il balzello che grava sugli abbonamenti di telefonia mobile, divenne il nuovo bersaglio degli utenti italiani, insieme allo scatto alla risposta e al canone richiesto dall’incumbent. La questione è tornata alla ribalta più volte , guadagnando interesse anche presso l’Authority TLC , senza però che si arrivasse mai ad una soluzione istituzionale.

Ora se ne fa portavoce anche una compagnia telefonica come Vodafone, che ne sottolinea la vetustà. “Si tratta di uno dei freni allo sviluppo del mercato dei contenuti digitali in mobilità” ha dichiarato Guindani, che precisa: “Chi ha sottoscritto un abbonamento utilizza molto di più i servizi digitali di quanti sottoscrivono carte prepagate” e questo perché l’abbonamento offre “maggiore libertà agli utilizzatori, non pone problemi di esaurimento del credito e consente una maggior trasparenza grazie alla fatturazione e alla disponibilità dei dati sull’utilizzo dei servizi”.

La TCG, secondo alcuni, è la causa del prosperare sul mercato italiano delle utenze prepagate a scapito di quelle in abbonamento, che in altri paesi convivono in modo più equilibrato. Essendo una tassa, si tratta dell’espressione della volontà esattiva del Fisco e non – come nel caso dei costi di ricarica – di un profitto destinato alle casse degli operatori. Naturale, dunque, che in questo caso un’azienda faccia eco a quanto richiesto da tempo dai consumatori.

La TGC era nata nei primi anni ’90 per colpire ciò che allora – il telefonino – era uno status symbol, ma che oggi è in molti casi, soprattutto quelli “colpiti” dalla TCG, uno strumento di lavoro. Probabile quindi che oggi, più di ieri, un appello come quello di Guindani trovi ascolto anche a livello istituzionale.

Dario Bonacina

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16 09 2008
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