Alexa testimone nell'indagine su duplice omicidio

Un giudice ha chiesto ad Amazon di poter analizzare gli audio catturati da uno smart speaker Echo nell'ambito dell'indagine su un duplice omicidio.

La casa connessa, smart home per usare un termine più in voga, è costituita da apparecchiature e dispositivi con i quali possiamo interagire in modo rapido, semplice, pressoché immediato, talvolta ricorrendo all’utilizzo esclusivo della nostra voce. Rientrano a pieno titolo in questa categoria gli smart speaker costantemente all’ascolto per captare ed eseguire i nostri comandi come quelli della linea Amazon Echo che di recente hanno fatto il loro debutto anche in Italia. Ma avere strumenti in ascolto durante la propria abitazione quali conseguenze potrebbe avere? E potrebbero essere considerate (e gestite) come validi testimoni in caso di reati commessi all’interno delle mura domestiche?

Non appena la diffusione degli speaker è esplosa, ecco che il caso è venuto ad imporsi agli onori delle cronache.

Il duplice omicidio

Una doverosa premessa per comprendere perché i device in questione siano stati chiamati in causa nell’indagine che mira a far luce su un duplice omicidio avvenuto nel New Hampshire, nel nord degli Stati Uniti e al confine con il Canada. Due le vittime, entrambe donne. L’unico sospettato si definisce innocente, ma l’accusa continua a sostenere la sua colpevolezza. Al fine di stabilire quanto accaduto, il giudice incaricato del caso ha chiesto ad Amazon di poter accedere ai file audio catturati dall’altoparlante Echo presente nell’abitazione di una delle vittime.

Sebbene il dispositivo non registri costantemente tutto quanto accade intorno a lui, una volta attivata l’intelligenza di Alexa trasmette il segnale sonoro catturato ai server dell’azienda per l’elaborazione. La donna, nei suoi ultimi attimi di vita, potrebbe dunque aver attivato l’assistente virtuale nel tentativo estremo di chiedere aiuto, magari inoltrando una chiamata o inviando un messaggio.

Le indagini: Amazon, Echo e Alexa

È la prima volta che accade qualcosa di simile legato a uno smart speaker, ma questioni pressoché identiche si sono già verificate in passato in relazione ad altri dispositivi e ad altre tecnologie. Anche per questo motivo i big del mondo hi-tech compilano ormai con regolarità i loro rapporti sulla trasparenza (Google, Twitter, Microsoft ecc.) per mettere nero su bianco le modalità di collaborazione con governi e autorità per quanto concerne l’accesso ai dati riservati degli utenti, anche in caso di indagine. La replica di Amazon al giudice del New Hampshire potrebbe dunque costituire un precedente importante per capire come i protagonisti di questo settore abbiano intenzione di agire nella necessità di trovare il giusto compromesso fra tutela della privacy ed esigenza di non ostacolare le investigazioni.

Il gruppo di Bezos, così come i suoi competitor, ha lavorato sodo per integrare nei suoi altoparlanti sistemi in grado di rassicurare l’utenza sul rispetto dello spazio domestico e privato: ad esempio, sulla linea Echo è possibile sapere con esattezza in quali momenti il dispositivo trasmette l’audio catturato ai server mediante l’accensione di un anello luminoso che circonda la parte superiore dello speaker. C’è anche un pulsante per la disattivazione temporanea del microfono.

Aprire gli speaker alle autorità rappresenta esattamente quella linea di confine tra sicurezza e privacy che in molti metteranno ora in discussione. Inevitabilmente confluiranno nel dibattito questioni legate a backdoor e pubblica sicurezza. Ma si parte da un caso di omicidio, case history fondamentale per il futuro del dibattito forense sul tema.

Fonte: SlashGear

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