Banca del DNA: ormai ci siamo

Aumentano i sì, soprattutto tra i rappresentanti delle istituzioni. Alcuni cittadini italiani restano perplessi, tra loro gli esperti di privacy. Il Belpaese schederà il DNA dei suoi cittadini? Il quadro della situazione
Aumentano i sì, soprattutto tra i rappresentanti delle istituzioni. Alcuni cittadini italiani restano perplessi, tra loro gli esperti di privacy. Il Belpaese schederà il DNA dei suoi cittadini? Il quadro della situazione

Se ne era parlato all’inizio dell’estate, poi la faccenda sembrava essersi sopita nella canicola estiva . A settembre ci ha pensato il vicepremier Francesco Rutelli a rilanciare la proposta: la creazione della prima, vera, banca dati genetica italiana . Uno strumento adatto a combattere il crimine secondo i politici, un incubo per la privacy secondo i cittadini.

Implementazione
Secondo le indiscrezioni filtrate in questi giorni, il database del DNA italiano dovrebbe essere modellato sul profilo di quello creato nel Regno Unito , secondo un progetto al momento ancora in elaborazione.

Se questo non verrà modificato, ad essere schedati saranno tutti gli individui arrestati in flagranza di reato, quelli sottoposti a custodia preventiva per delitti non colposi, i condannati in via definitiva per crimini violenti. Si tratta in sostanza di un gran numero di reati , che vanno dallo sfruttamento della prostituzione, ai danni contro il patrimonio dello stato.

Il DNA tuttavia non sarà associato alla descrizione del suo proprietario: il database servirà soltanto ad identificare i colpevoli (o presunti tali), senza che alcuna nozione su colore della pelle, il sesso o altri dettagli fisici possano influenzare le operazioni. Alle informazioni, comunque, potranno avere accesso solo le forze dell’ordine: il personale autorizzato, che sarà tenuto al più stretto riserbo sui dati di cui verrà a conoscenza, potrà svolgere unicamente ricerche volte all’accertamento di un reato .

L’archivio, che sarà custodito dal ministero dell’interno, conserverà i campioni biologici al più per sei mesi e i codici genetici per 40 anni : passata questa soglia le informazioni saranno distrutte. Allo stesso modo, l’eventuale proscioglimento dalle accuse per un soggetto garantirà la sua uscita dal “registro dei cattivi”.

Le reazioni
Dopo le dichiarazioni del vicepremier, in molti tra politici e uomini delle istituzioni hanno espresso la propria opinione sulla banca del DNA. A dichiararsi “soddisfatto” per l’accordo, che pare raggiunto attorno ad un decreto legge che dovrebbe istituire la “banca”, è il ministro dell’interno in persona: Giuliano Amato ritiene che il nuovo database consentirà di aumentare notevolmente le percentuali di identificazione degli autori dei crimini.

A soddisfare il ministro sono soprattutto le soluzioni trovate in fatto di copertura di spesa, visto che si parla di almeno 10 milioni di euro solo per il primo anno di attività e, a seguire, di 6 milioni di euro l’anno per mantenere in piedi la struttura. La creazione del database consentirà inoltre il rispetto dell’ accordo di Prum , stipulato dall’Italia assieme ad altri paesi europei, che tra le clausole richiede anche la realizzazione di una banca dati genetica.
Nel frattempo, l’assessore Carlo Madaro della provincia di Lecce spinge sull’acceleratore: “Di fronte all’aumento esponenziale su tutto il territorio nazionale di atti di violenza ed abusi sulle donne, rilanciamo il progetto del colonnello Luciano Garofano (il colonnello dei RIS di Parma promotore della banca dati genetica, ndR)” dichiara in una nota, in cui spiega inoltre che “occorrerebbe una poderosa accelerata all’iter legislativo per la creazione di quest’importante contenitore di informazioni genetiche che conservi l’impronta genetica, quantomeno di tutti coloro che si sono resi colpevoli di reati gravi”.

Secondo Madaro, infatti, la banca dati del DNA “scoraggerebbe chiunque a mettere in atto forme di violenza” e permetterebbe “alla magistratura e alle forze dell’ordine di svolgere indagini più rapide, efficaci e meno dispendiose”. Per il politico pugliese l’utilità del DNA sarebbe fondamentale “nelle indagini sui reati connessi al terrorismo, alle associazioni mafiose, agli omicidi, ed alla pedofilia”.

Anche il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo , si dichiara d’accordo con la creazione del nuovo strumento. Il magistrato si dice infatti favorevole “a tutto ciò che può prevenire un crimine”, e giudica l’istituzione della banca del DNA “un grosso passo avanti nella ricerca dei colpevoli di delitti”. Ma avverte: “Attenzione alla privacy”.

La banca dati del DNA potrebbe essere pronta in un anno
Lo sostiene il capo della polizia scientifica Alberto Intini, che ribadisce che se ci sarà “la volontà politica e l’adeguato supporto finanziario”, il dipartimento di pubblica sicurezza del ministero dell’interno sarà in grado di mettere in piedi lo strumento in 12 mesi. Secondo i numeri snocciolati da Intini, l’utilizzo delle informazioni genetiche consentirà di aumentare del 60% il numero di colpevoli identificati , e senza che questo tocchi minimamente la privacy dei cittadini: “Non ci sarà alcun controllo sociale – i timori sono del tutto ingiustificati”.

La parola ai cittadini
In rete c’è qualcuno che si dichiara d’accordo: “Come gran parte degli italiani sarei felice di rinunciare ad una parte della mia riservatezza in favore di un aumento della sicurezza” si legge sul blog di Antonio Vergara, il quale tuttavia teme che “che in Italia a differenza degli altri paesi, identificare e arrestare i criminali, non serva poi a tenerli in galera”.

La maggior parte dei commenti è invece molto scettica : mancano indicazioni precise sulle statistiche snocciolate per sostenere il progetto. Così come sono in parecchi a temere un attacco deciso alla privacy dei cittadini: se già oggi gli organi di polizia creano archivi fuorilegge , si rischia davvero un futuro degno di un libro di George Orwell?

La mancanza di una chiara legislazione in tal senso, non può che allarmare. Lo ribadisce anche il garante per la privacy Francesco Pizzetti e ne parla anche l’ex presidente dell’Autorità Stefano Rodotà, qui di seguito. “Dobbiamo vigilare contro la possibilità di una schedatura genetica di massa”. Così l’ex presidente dell’autorità per la privacy Stefano Rodotà, da sempre attentissimo osservatore delle implicazioni di una misura del genere, in una intervista rilasciata a Liberazione .

“Io non voglio demonizzare la banca dati del DNA in quanto tale né come strumento di lotta alla criminalità. Vorrei però che si capisse la portata di questo strumento onde evitare situazioni di privazione dei diritti”. Il timore di Rodotà, infatti, è che si corra verso l’implementazione di un database genetico senza quantomeno una adeguata preparazione , sia in termini di normativa che di procedure, e che la banca dati, dunque, si traduca in uno strumento pericoloso.

Richiamandosi alla Costituzione, spiega: “Non c’è dubbio che il prelievo coatto dei miei capelli o del mio sangue rappresenti una restrizione oggettiva della mia libertà personale”. Ma non è il solo problema: “se da un lato non ha senso inserire alcuni crimini (come crimini soggetti al prelievo DNA, ndr.), dall’altro (occorre) ribadire la necessità (…) di un utilizzo molto controllato di questi dati. Non dimentichiamo che dal DNA si può risalire ad una miriade di informazioni su un individuo. Informazioni che vanno salvaguardate”.

In ballo, in un caso come quello descritto, c’è la possibilità di risalire via DNA ad informazioni sulla famiglia di un soggetto. O problemi come “cosa fare” quando al termine di un procedimento una persona su cui sia stato eseguito il prelievo coatto risulti innocente (“I suoi dati – attacca Rodotà – devono essere assolutamente distrutti”).

Non si nasconde, Rodotà, che una banca dati DNA di qualche genere sia già a disposizione delle Forze dell’ordine italiane, da qui la necessità di una normativa che ne consideri la gestione, con tutte le tutele del caso per il cittadino. E non nega che sia utile ma avverte: “Anche la tortura sarebbe utilissima per trovare i colpevoli, ma è incompatibile con il nostro sistema di diritti”.

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18 09 2007
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