Java ed Android, caso chiuso?

La Corte Suprema respinge il ricorso di Google: le API restano tutelate da copyright e Mountain View deve ora dimostrare di rientrare nel fair use di quelle di Oracle
La Corte Suprema respinge il ricorso di Google: le API restano tutelate da copyright e Mountain View deve ora dimostrare di rientrare nel fair use di quelle di Oracle

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il ricorso di Google contro la decisione che ha stabilito l’estensione della tutela del copyright alle API : Mountain View non è riuscita a presentare sufficienti motivazioni perché i giudici rivedessero la loro precedente decisione.

Il caso è quello che vede Google e Oracle affrontarsi per le API di Java , di cui secondo l’accusa Mountain View si sarebbe appropriata per implementare il suo test compatibility kit (TCK) Dalvik.
Secondo Oracle, che le ha acquistate (a caro prezzo) insieme a Sun System, l’utilizzo delle API, nonché alcune intere linee di codice riprese di sana pianta da Big G, sarebbero tutelate dal copyright ed in quanto tali l’impiego da parte di Google senza citazioni e limiti costituirebbe una violazione che vale almeno 1 miliardo di dollari di danni ed eventualmente il blocco di Android . Mountain View, da parte sua, ha cercato di sostenere davanti al tribunale che il suo utilizzo rientra pienamente nella disciplina del fair use (l’uso legittimo di un’opera consentito senza autorizzazione) e che dal momento che si tratta dell’idea in sé (l’impiego di Java) Oracle non potrebbe neanche ricorrere al diritto d’autore che in quanto tale tutela solo l’espressione di un’idea.

L’ ultima sentenza dei tribunali a stelle e strisce, quella della Corte Federale, aveva ribaltato la decisione di prima istanza stabilendo la tutela del copyright sulle API Java e imponendo di conseguenza a Google di dimostrare di rientrare nelle condizioni di utilizzo del fair use, rimbalzando in questo modo la questione ancora una volta ai giudici di primo grado. Tuttavia Mountain View era ricorsa in appello chiedendo ai giudici di rivedere la loro posizione.

La decisione, ora, della Corte Suprema era stata in parte preannunciata dall’amministrazione Obama che attraverso il Solecitor General Donald B. Verrilli, la persona incaricata di rappresentare il Governo federale davanti alla Corte Suprema, aveva espresso l’opinione che non vi è nulla che distingua le API dalle normali linee di codice informatico protetto dal copyright.

Ad essere delusi sono EFF, che sosteneva Google e che insieme ad un gruppo di 77 ricercatori aveva delineato dettagliatamente le motivazioni per cui le API non sono e non dovrebbero essere difese attraverso copyright, e l’associazione che opera in tutela dei diritti online Public Knowledge , che era intervenuta a fianco di Google con un amicus brief .

Claudio Tamburrino

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