Murdoch ne fa un'altra delle sue

Il tycoon australiano, il magnate delle news non solo si mette in saccoccia un bocconcino come il Wall Street Journal, ma vuole anche aprirlo a tutti, cancellando gli abbonamenti. E sì che il gioco d'azzardo non gli piace

Roma – Il più importante segnale per i grandi player della rete è arrivato in queste ore da Rupert Murdoch , uno che non solo ha fondato il più importante impero mediatico mondiale, ma anche uno che nel 2001 si permetteva di classificare Internet come una boiata. Salvo ripensarci e iniziare a dar di matto: comprare MySpace, affermare online i servizi editoriali, acquistare a destra e a manca competenze e spazi web e, infine, due giorni fa, mettere le mani sul Wall Street Journal .

Il ciccio È questo il segnale: il tycoon australiano non si limita ad acquistare il giornale, vuole (qualcuno dice vorrebbe ) anche trasformare il suo modello di business, un modello del tutto unico, aprendo le sue pagine a tutti e cancellando gli abbonamenti . Una scommessa gigantesca: il WSJ è l’unico giornale di grande nome che è riuscito a recuperare abbonati in tutto il mondo, gente disposta a spendere per accedere alle sue notizie. Non pochi, si parla di un milione di abbonati. Il che si traduce in entrate di almeno 50 milioni di dollari l’anno solo dagli abbonamenti. Più altri dindi che arrivano dalla pubblicità, comunque presente, e non poco, nelle pagine del quotidiano finanziario.

La scommessa di Murdoch è evidente: via gli abbonamenti, dentro la pubblicità, molta pubblicità. Cancellando il “biglietto di ingresso” spera di moltiplicare la già ampia audience del quotidiano che fa capo a Dow Jones, il cui passaggio a Murdoch sarà perfezionato entro l’anno, e di ottenere in cambio una copertura pubblicitaria enormemente maggiore dell’attuale. Una scommessa, evidentemente, anche perché l’audience di un giornale del genere è estremamente “verticale”, è gente fortemente motivata a leggere ed approfondire notizie di taglio economico e finanziario, e non è detto che siano poi moltissimi gli utenti interessati a quel genere di contenuto che non abbiano già deciso in passato di ricorrere al pagamento di un abbonamento. Murdoch ritiene di poter passare da quel milione di paganti “a 10-15 milioni da ogni angolo del pianeta”.

Per questa ragione Colui, in tempi recenti, proprio in merito ai rumors sull’acquisto del WSJ, aveva già fatto capire di avere intenzione di mettere in campo anche un redesign editoriale del sito : sfruttando un nome di richiamo non dovrebbe risultare impossibile mettere in campo ulteriori contenuti, più “popolari” di quelli tradizionalmente gestiti dal WSJ e come tali capaci di raccogliere nuova audience tra gli utenti Internet, tra quelli a caccia di “fonti autorevoli”. Un primo cambiamento si è già visto: su WSJ hanno iniziato a fare la loro comparsa i pulsanti di Digg.com , inequivocabile frutto del desiderio di “aprirsi” maggiormente alla rete. Il problema? All’aumentare dell’audience, ma soprattutto al suo diversificarsi, diminuisce la “settorialità” del pubblico, e dunque il suo valore pubblicitario.

Digg inside Quella di Murdoch è probabilmente la conferma più evidente di quanto sia considerato solido lo sviluppo della pubblicità online . Destinata via via a modificarsi, ad “avvicinarsi” sempre più all’utente e alle sue preferenze, a conoscere dell’utente molti dati, magari troppi, a sperimentare nuovi formati e nuovi modelli, la pubblicità su web continua a crescere, di anno in anno, sottraendo fatturato ai media tradizionali, carta e tv in testa. Un fenomeno che un colosso dei media come Murdoch, evidentemente, segue giorno dopo giorno e conosce come forse nessun altro e di cui certo non preconizza la fine .

Non è un caso, dunque, che la vicenda dell’acquisto e del futuro del WSJ sia seguita in modo quasi ossessivo dalla stampa americana e mondiale. C’è da scommetterci: le novità di queste ore sono solo le prime. Il Wall Street Journal come lo si è conosciuto fino ad oggi è destinato a far compagnia ad altri ricordi mediatici che affollano il passato dell’industria editoriale online.

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  • nordest scrive:
    la ditta paga troppe tasse=passe a gpl
    il programma da ufficio costa troppo e devi pure pagare l'iva?sei stufo di pagare troppe tasse?ecco per quale motivo la gente passa all'open source gplsono stufi di pagare troppe tasse e pur di non pagare le tasse scelgono soluzioni legali per pagare meno tasse
  • ... scrive:
    Open Source a conti fatti
    ovviamente grande boom durante i linux day)Spese, tasse...: niente. Teoricamente ci sarebbero fior di brevetti da pagare ma tutti se ne fregano e si tira avanti nell'underground.Organizzazione: Ognuno fa quello che gli pare, come gli pare, se proprio gli gira poi se i tasselli del puzzle non si incastrano, tutti d'accordo ci si scaglia contro microsoft che "complotta" alle loro spalle.
  • Vayndest scrive:
    Allucinati dagli alluci di Stallman
    " L'Open Source è un fenomeno di portata epocale che ha radicalmente cambiato il mondo del software offrendo alle imprese grandi opportunità di crescita non solo tecnologica, ma anche economica, manageriale e di business "Povera italia! (rotfl)http://binario.utpinux.org/wp/wp-content/uploads/2006/03/stallman1.jpg
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