Un cameraphone per una videonotizia

Operatori di Fox News che con i palmari trasmettono eventi in diretta, reporter diffusi che pubblicano su moblog: il fenomeno del giornalismo con mezzi non professionali è in ascesa rapida
Operatori di Fox News che con i palmari trasmettono eventi in diretta, reporter diffusi che pubblicano su moblog: il fenomeno del giornalismo con mezzi non professionali è in ascesa rapida

Immagini tremolanti, sgranate. Un monomotore che si schianta contro un palazzo di New York. Un palmare a testimoniare il fatto, in diretta tv su Fox News . Prima che arrivassero gli elicotteri per il monitoraggio del traffico, prima che si stabilisse un collegamento satellitare con la rete tv.

Il merito va a Fox News , al suo operatore Scott Wilder e ad un PDA Treo , equipaggiato con il software CometVision , capace di trasmettere il video all’emittente televisiva via rete mobile, occupando un minimo di banda. È bastato premere un pulsante e le immagini sono state trasmesse ad un computer degli studi di Fox News, è stata recapitata un’email a chi di dovere, e l’ evento scorreva in diretta .
La qualità delle immagini è bassa, ma l’ingombro minimo del device ha permesso al giornalista di trovarsi tempestivamente nella giusta prospettiva.

Questi device non sostituiranno le videocamere tradizionali , con tutto l’apparato di collegamenti satellitari, fonici e tecnici della luce. Ma ora verranno forniti uno o due Treo per ogni dipartimento di Fox News: perché la tempestività e la prospettiva a volte sono più importanti di un’immagine patinata. E non è escluso che l’ottica di questi device possa migliorare.

Già dal 2004 BBC aveva intuito le potenzialità della portabilità, che permette di battere tutti sul tempo: i giornalisti venivano dotati di camera phone avanzatissimi per l’epoca (risoluzione delle immagini accettabile anche per la tv, possibilità di registrare per più di un’ora).

Non mancano nemmeno gli esempi di giornalismo fatto con mezzi non professionali e proveniente “dal basso” ma importato su media mainstream, come la tv.
L’11 settembre 2001 è stato ricostruito anche con le voci di chi l’ha vissuto in prima persona; al momento dello tsunami del 2004 le fonti proliferavano: testimonianze, immagini e video amatoriali, siti che le hanno raccolte (si veda ad esempio Wave Of Destruction ). In occasione degli attentati a Londra del 2005 sono state una miriade le testimonianze della gente comune. BBC, addirittura, aveva messo a disposizione un indirizzo email al quale inviare foto e filmati.

Accanto ai media mainstream, esiste un giornalismo come quello online, più incline alle sperimentazioni e meno formale e tradizionale. OhmyNews vanta oltre due milioni di lettori al giorno, ed è un esempio sudcoreano di giornalismo dal basso “assistito” da professionisti. Ogni cittadino è un potenziale reporter: sono quarantamila i giornalisti “non professionisti” registrati, e cinquanta i giornalisti che vagliano le notizie. E su centinaia di migliaia di notizie pubblicate, solo due si sono rivelate dei falsi.

Con l’evolversi della tecnologia, che rende sempre più portabili e raffinati i dispositivi, e sempre più ubique le connessioni alla Rete , le fonti dal basso vengono sfruttate con più disinvoltura, e considerate importanti e autorevoli, forse anche dotate di un “grado di realtà” in più rispetto a quelle ufficiali. L’intuizione del reporter diffuso , che potesse rendere testimonianza di un evento in prima persona con le immagini in diretta, è stata messa in pratica da Steve Mann con l’esperimento ENGWear . Prospettava, già nel 2000, l’avvento di telefoni che avrebbero concretizzato personal broadcasting e reti di giornalismo PeerToPeer .

A Toronto, nella primavera del 2000, in occasione di una manifestazione, ha sguinzagliato i suoi studenti, muniti di telecamere e microfoni indossabili (EyeTaps), che trasmettevano in diretta in webcasting tutto ciò che accadeva, violenza compresa. Una rete di testimonianze che i cameraman tradizionali non hanno potuto offrire.

L’idea di Steve Mann è accomunabile a quello che Rob Tow aveva in progetto nel 2000 per AT&T Labs: una videocamera indossabile, un testimone imparziale che avesse potuto inviare immagini in tempo reale ad un server per lo storage , via rete 3G.
L’operato di Steve Mann continua tuttora con Glogger Community e la possibilità di condividere la propria prospettiva non più mediante una “cyborghesca” telecamera oculare, ma con un telefonino.

Il giornalismo amplia il suo sguardo verso il basso, diventa partecipativo, il processo di newsmaking si democratizza nel citizen journalism e diventa bidirezionale, conversazionale, grazie all’interattività. Ora gli smartphone sono praticamente alla portata di tutti, ed è alla portata di molti la connessione alla rete che potrebbe garantire la “diretta”: tutti sono potenziali reporter e autonomi broadcaster di se stessi.
Ed ecco che moblog (sviluppati anche da Nokia, con Lifeblog ), aggregatori di video come YouTube , ed esperimenti come InTheField potrebbero sensibilmente modificare il mondo del giornalismo tradizionale.

Sono decine di milioni coloro che usano i loro smartphone per catturare videoclip (circa il 15 per cento dell’utenza totale in Italia e in Spagna, il 4 per cento negli Stati Uniti, rivela un’ indagine di Telephia ), ma sono restii a condividerli e a rendersi partecipi di un eventuale processo di newsmaking .

Le connessioni 3G sono veloci nel download da Internet, ma non abbastanza nell’upload . E le tariffe sono proibitive , essendo calcolate al minuto o rapportate alla quantità di dati scambiati. Questa l’ analisi di Neil Mawston di Strategy Analytics.

L’era del reporter diffuso, autonomo e broadcaster di se stesso, quello veracemente cittadino, deve ancora attendere. Almeno finchè la tecnologia HSUPA non prenderà piede, verosimilmente dopo il 2008.

Gaia Bottà

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15 10 2006
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