Apple, Microsoft e il braccio di ferro sulla privacy

Le aziende IT continuano a opporsi alle richieste delle autorità USA per accedere ai dati degli utenti. È il frutto del mondo post-Snowden, dove la cifratura per alcuni è sospetta, per altri va difesa come strumento di libertà

Roma – Apple ha rifiutato l’accesso alle conversazioni iMessage tra due iPhone che le era stato imposto da un Tribunale a stelle e strisce: la motivazione addotta dall’azienda di Cupertino è legata alla cifratura applicata alle comunicazioni instaurate tra i due terminali , che renderebbe impossibile svelare il contenuto delle stesse a tutto vantaggio della privacy dei suoi clienti. Motivazioni tecniche che sembrano aver convinto le autorità a desistere per ora dal ricorrere ulteriormente a un giudice per costringere Apple a ottemperare.

La decisione di implementare una cifratura end-to-end , che avviene cioè direttamente sui terminali dei clienti e viaggia sicura nel mezzo, è stata adottata da Apple proprio per massimizzare il livello di privacy: per questo la richiesta di sottoporre a intercettazione costante le comunicazioni tra due suoi clienti è risultata praticamente impossibile , sebbene par di intendere che alcune chat archiviate nello storage iCloud (probabilmente nel backup dei dispositivi) siano state invece decodificate e consegnate agli inquirenti dimostrando quindi una certa volontà a collaborare da parte di Apple.

Si tratta in effetti di uno dei primi casi nei quali il nervo scoperto da Snowden e dal Datagate viene alla ribalta: dopo le rivelazioni sulle tecnologie messe in campo dalle intelligence federali per intercettare le comunicazioni di cittadini statunitensi e soprattutto stranieri, le aziende della Silicon Valley hanno fatto della questione della riservatezza dei dati un argomento perennemente in agenda per questioni di marketing e di prospettive. Per Apple , così come per tutte le altre aziende che gestiscono dati personali relativi a email, messaggi, contatti e ogni altra forma di contenuto dei propri clienti, essere ritenuti un custode affidabile è indispensabile per continuare a prosperare .

La questione ruota attorno alla definizione dei poteri spettanti per legge alle autorità e all’intelligence: dopo l’enorme discrezionalità ottenuta dopo l’11 settembre, la questione è stata finalmente affrontata dopo le rivelazioni di Edward Snowden, Wikileaks e ovviamente la vicenda di Bradley Manning. La Casa Bianca sta pensando a una riforma complessiva , e stando a quanto riporta il New York Times Washington avrebbe registrato anche una disponibilità di massima delle aziende IT per trovare un terreno comune: c’è bisogno forse di un nuovo bilanciamento tra i poteri dello stato e i diritti personali, ma si tratta di una questione tutt’altro che semplice da districare.

Lo dimostrano altre due vicende che proseguono di pari passo nel Vecchio Continente: la prima è quella ormai nota di Microsoft che si confronta con la presunta giurisdizione USA sulle email custodite nel suo datacenter irlandese, incombenza alla quale non intende sottoporsi. Secondo Redmond , aprire i suoi archivi alla curiosità del Dipartimento di Giustizia statunitense costituirebbe un pericoloso precedente : una volta ottenuto questo privilegio gli USA, l’ ipotesi è che tutte le altre nazioni potrebbero pretendere lo stesso e indebolire pesantemente il ruolo di garante della privacy che gli utenti attribuiscono alle aziende affidandosi ai loro servizi.

La questione è tanto più complicata se si pensa al fatto che in taluni casi le motivazioni degli inquirenti potrebbero apparire più che giustificate : nella vicenda irlandese ci sarebbe in ballo una indagine relativa al traffico di droga, quindi un crimine ritenuto esecrabile dalla maggioranza della pubblica opinione, ma le conseguenze della decisione di consentire l’accesso a un database privato per garantire il rispetto della legge avrebbe conseguenze ben più ampie del semplice contrasto al crimine internazionale. Senza contare che richiederebbe anche una revisione dei trattati internazionali per quanto riguarda rogatorie, indagini e mandati.

Forse anche per questo l’Europa ha votato una risoluzione nel suo Parlamento che suggestivamente è intitolata “Diritti umani e tecnologia: impatto dei sistemi di sorveglianza e di individuazione delle intrusioni sui diritti umani nei paesi terzi”. In questo modo il Vecchio Continente si pone nel ruolo di paladino del rispetto della privacy online , provando a riportare il controllo di questo tipo di questioni sotto l’ala degli organismi politici democraticamente eletti, e ripristinando un più corretto bilanciamento di poteri con l’intelligence che ha avuto fin troppa autonomia di movimento negli ultimi anni.

Luca Annunziata

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