Cassandra Crossing/ Economia del reale ed economia dell'irreale

di M. Calamari - Il mercato dell'elettronica di consumo è alimentato da una catena del valore che contiene anelli perversi. Anelli che non aggiungono valore d'uso, attività improduttive che sono una perdita secca per la società civile

Introduzione

Come in quest’angolo di mondo succede spesso, l’introduzione prenderà abbastanza spazio: i 24 impazienti lettori sono avvertiti. Non si tratta di autocelebrazione ma solo di contestualizzazione

Quando Cassandra non era ancora stata concepita, il suo babbo (il sottoscritto, non Priamo) aveva collaborato con Punto Informatico fin dal 2001 con qualche notiziola , ma prima dell’ esordio della rubrica , avvenuto nel 2005, aveva già pubblicato nel 2003 un lungo e per certi versi ponderoso commento su aspetti deteriori dell’economia durante la transizione al digitale e l’avvento della cosiddetta “proprietà intellettuale” intitolato ” Economia della scarsità o dell’abbondanza ” che anticipava questioni ancora oggi sul campo, e che mantiene una sua attualità e leggibilità anche dieci anni dopo. Se non l’aveste letto e non ve lo leggeste adesso, buona parte di quanto seguirà lo dovrete prendere per buono sulla fiducia.

Terminato questo apparente spot autopromozionale, ma che in realtà vuole solo essere un “riassunto delle puntate precedenti”, Cassandra, in maniera abbastanza naturale, si è chiesta: “Cosa si dovrebbe dire riscrivendolo oggi?”. Ci ha pensato un po’ sopra, ed ecco il risultato. Se vi annoierò, credetemi che non lo avrò fatto apposta.

Economia del reale ed economia dell’irreale

Le basi economiche dell’accumulazione del capitale, del valore di mercato, del valore d’uso e del valore percepito dovrebbero essere almeno in linea di massima chiare a tutti: se non lo sono potete salutare Cassandra qui.

Non si tratta di ripetere un’analisi marxista (oddio, l’ho scritto davvero!) e neppure la ben nota arringa contro le multinazionali ed i poteri occulti, oppure del controllo implacabile esercitato dai rettiliani in combutta con l’NSA.

Partiamo dalle cose minute che capitano a “gente meccaniche, e di piccol affare”, come diceva il Manzoni.
Parliamo di quello che siamo disposti a pagare per comprare qualcosa, e tanto per non sconfinare troppo dall’usuale settore coperto da Cassandra, parliamo di elettronica, informatica e dintorni, anche se la maggior parte delle considerazioni che seguiranno possono essere applicate tal quali alla moda, agli alimentari, ai trasporti…

Il denaro che abbiamo in tasca, senza il quale, a meno di introdurre nel discorso il volontariato ed il baratto, non siamo “animali economici”, rappresenta per noi un valore “reale”.
L’abbiamo probabilmente ottenuto lavorando o cedendo beni materiali. Se invece voi lo aveste ottenuto con trading ad alta velocità, vendendo titoli derivati o sfruttando la compravendita dei future, Cassandra non sta parlando di voi, tanto certamente ne sapete molto di più.
Bene, la moneta che abbiamo in tasca rappresenta un bene primario, che siamo disposti a cedere in cambio di un bene o servizio che sia utile.
Non proviamo nemmeno ad affrontare il concetto altamente soggettivo di “utilità” che, partendo da coloro che devono chiedere un prestito per fare la spesa l’ultima settimana del mese fino ad arrivare a coloro che vivono con la famiglia e prendono la paghetta a trent’anni, varia ovviamente moltissimo.
Consideriamo invece semplicemente quello che chiediamo ed otteniamo in cambio del denaro che cediamo, che nel caso di Cassandra deriva dal suo lavoro di archeologo del software.

Elettronica di consumo, informatica e telematica: campi scivolosissimi ed in continua evoluzione, ma i cui meccanismi sono praticamente identici a quelli del mondo dell’alta moda e della moda in generale.

Coprirsi, stare caldi d’inverno e freschi d’estate con indumenti belli e durevoli sono bisogni primari.
Seguire la moda, spendere per avere a parità di caratteristiche l’oggetto di “marca” o di “moda”, sono bisogni non primari, la sovrastruttura, il condizionamento pubblicitario, il disvalore di un mercato che non si cura più della “produzione”, categoria spesso lasciata in secondo piano ma con cui alla fine, ed a livello globale, si devono sempre fare i conti. Non esistono cose come i pasti gratuiti.

Per quanto la finanza, i movimenti telematici di denaro, la compravendita della cosiddetta “proprietà intellettuale” e la monetizzazione delle influenze politiche siano tutt’ora importantissime e diano forma alla nostra vita quotidiana, dei nostri figli e dei nostri nipoti, restiamo nel nostro angolino preferito, il familiare mondo informatico.

Perché compriamo (anche Cassandra) un determinato smartphone e non un altro? Cosa percepiamo come valore d’uso e come qualità? Eleganza ed estetica? Possibilità d’uso? Prestigio della marca e dell’ultimo modello? Qualità delle prestazioni di base? Effetti del suo utilizzo? Effetti della sua produzione e smaltimento?
Quante domande, troppe!
Vediamo di abbozzare qualche risposta.

Il valore d’uso è, o almeno dovrebbe essere, la principale guida alla nostra spesa. Siamo giustamente disposti a pagare di più una bottiglia di acqua minerale nel Sahara rispetto che al supermercato; per lo stesso motivo uno smartphone vale molto di più per chi vuole un GPS, una web chat e leggersi la posta rispetto a chi ne ha bisogno solo per telefonare.
Eppure in ambedue i casi molti scelgono lo stesso e costoso prodotto, senza che i valori d’uso, molto differenti, facciano mai capolino nella scelta che viene compiuta.

Questioni di base, magari difficili da esplorare ma che impattano direttamente la vita del proprietario dello smartphone, vengono da lui completamente trascurate.
Quale è la qualità sonora percepita dall’utente e dal suo corrispondente? Quanta energia viene trasferita al cervello di chi lo sta utilizzando? È possibile installarvi solo applicazioni commerciali od anche software libero?
I servizi che mi vengono offerti di default (particolarmente negli smartphone brandizzati) prevedono un pagamento non monetario ma effettuato con dati personali?
Ed infine, esistono prodotti che, spendendo la metà, un terzo o anche meno, offrono più o meno le stesse funzionalità?

Invece delle risposte abbiamo posto solo nuove domande, che aiutano però a trovare il centro della questione.
Gli oggetti hanno un costo di realizzazione ed un prezzo di vendita. Cosa c’è nel mezzo?

Ci sono certamente il margine, ed i relativi costi e profitti di una catena di distribuzione più o meno lunga, ma nascosti in questa catena ci sono anelli perversi, che nel caso dell’elettronica di consumo diventano talvolta i più grandi: i costi ed i relativi ricarichi di passaggi che non aggiungono nessun valore, sia in termini assoluti (funzionalità) che in termini di valore d’uso per una particolare persona.
Marca e pubblicità sono i più grandi anelli, figlie incestuose, anzi partenogenetiche una dell’altra.

Sono interconnesse: la prima condiziona i consumatori ad acquistare prodotti sulla base di valori irreali ed artificialmente creati, la seconda inserisce nella catena del prezzo elementi di “costo” totalmente improduttivi. E le risorse dirottate da attività produttive ad attività improduttive sono una perdita secca per la società civile.

E non cominciamo nemmeno ad enunciare il mito dell’innovazione: l’innovazione ed il progresso non hanno bisogno di queste cose. Si innovava molto di più nei garage degli anni ’70 ed ’80 che nelle quotatissime aziende di elettronica di consumo di oggidì. Ed un buon esempio di questo rovesciamento dei valori è che il nome di Wozniak sia ignoto ai più mentre quello di Jobs è diventato un’icona ed un mito.

Tutto qui.
10 anni dopo non c’è più posto per le conclusioni moralistiche ma precise. Quelle questioni, ancora attualissime, sono solo logiche conseguenze di una situazione più generale.
Come nel dopo Datagate, che ha reso inutile discutere di privacy ed altre importanti categorie della Rete, tutte le domande e le risposte sono semplici e di fronte a tutti.

Marco Calamari
Lo Slog (Static Blog) di Marco Calamari
L’archivio di Cassandra/ Scuola formazione e pensiero

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