Contrappunti/ Agenda digitale per pochi

di M. Mantellini - È sulla bocca di tutti, ma stenta a trovare il consenso popolare. In attesa che diventi davvero realtà, resta roba da intellettuali salottieri e volenterosi addetti ai lavori

Roma – Fino a circa un anno fa , se vi fosse venuta l’idea di domandare a qualcuno fra i vostri amici maggiormente addentro alle faccende internettiane cosa fosse l’Agenda Digitale, questi vi avrebbe probabilmente risposto trattarsi di uno di quei device elettronici nei quali le persone molto impegnate segnano gli appuntamenti di lavoro, il numero di telefono del gommista o la data del compleanno della suocera. Fino a quando un gruppuscolo di entusiasti variamente assortiti, capitanato da Stefano Quintarelli non decise di aprire un sito web , raccogliere l’adesione di un centinaio fra imprenditori, tecnologici e esperti ed acquistare una pagina pubblicitaria sul Corriere della Sera per sollecitarne l’adozione dell’Agenda Digitale Italiana, nessuno dalle nostre parti ne aveva mai sentito parlare.

Sono passati solo una manciata di mesi da allora e in Italia, sui giornali, in Rete, in certe stanze della politica, non si parla d’altro. L’agenda digitale è il mantra della nuova modernità e sgorga come acqua di fonte dalla bocca di tutti. È un sacco di cose assieme: un progetto di intervento in cinque punti promesso dal Governo Monti ed affidato ad una cabina di regia nella quale siedono più ministri che concetti, è il centro di un paio di disegni di legge del PD e del PDL , che dovranno essere discussi, con calma, in Parlamento, è l’argomento di una paterna lettera di raccomandazioni di Agcom , è, infine, un tema forte nelle discussioni di rete. Detto in altre parole l’Agenda Digitale è la moda del momento, assunta a improvvisa notorietà in un Paese dove, fino al giorno prima, quella stessa Agenda mancava senza che nessuno se ne accorgesse (mentre nel resto dell’Europa era un tema già ben inquadrato nello scenario politico).

Che l’Italia avesse necessità di un maggiore impegno verso il digitale non era in dubbio: le nostre classifiche di penetrazione dell’utilizzo di Internet erano e sono tanto deprimenti quanto note, ma quello che forse non era prevedibile è che questa improvvisa presa di coscienza si trasformasse in una invocazione tanto corale ed uniforme. Se prendete i documenti del Governo, quelli del PD, quelli del PDL e perfino quelli di Agcom, troverete una inattesa comunione di intenti e punti di vista. Le frasi si ripetono, gli stereotipi abbondano, tutto è limpido e conseguente: può essere che il malato stia comunque per morire ma almeno il consulto al suo capezzale da parte dei grandi luminari mette d’accordo tutti. La diagnosi insomma è fatta, per la terapia si vedrà.

Non vi tedierò con l’elenco delle ragionevoli prese di posizione espresse da tutti al riguardo della Agenda; nei giorni scorsi, in ossequio ad una logica di rete che in questo Paese è da sempre del tutto estranea, ogni singolo cittadino potrà perfino inviare alla cabina di regia governativa il proprio punto di vista sulle cose da fare per rendere l’Italia più connessa e digitale. Le parole dei cittadini verrano ascoltate? Diventeranno ispirazione per nuove inedite scelte politiche?

Esiste una avanguardia illuminata che si occupa, in questo Paese come altrove, dell’elaborazione culturale di questi temi. Si tratta di uno sparuto gruppo di esperti e politici che ormai quasi quotidianamente si parlano, confrontano punti di vista, si scambiano impressioni. Gran parte del materiale di orientamento che circola in questi giorni al riguardo dell’Agenda Digitale è farina del loro sacco (oltre che adeguamento locale alle indicazione del Commissario europeo Neelie Kroes) e questo spiega la sostanziale, ragionevole uniformità delle proposte.

Purtroppo queste persone sono ancora sparuta eccezione dentro un meccanismo decisionale complesso che è in genere da sempre interessato ad altro. Fino al giorno in cui il Governo Monti non opterà in modo deciso per una svolta digitale del Paese (e fino ad oggi non lo ha ancora fatto, pur avendone avuto più di una occasione), passando con decisione dalla diagnosi alla terapia, le tonnellate di buone intenzioni contenute nei molti progetti per una Agenda Digitale Italiana continueranno ad essere quello che sono: ragionevoli chiacchiere fra amici con un hobby comune sconosciuto ai più.

Massimo Mantellini
Manteblog

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  • collione scrive:
    avete sentito l'ultima?
    oracle vorrebbe poter brevettare anche i linguaggi di programmazione, cioè i costrutti, la sintassi, ecc...bah, follia pura
    • shevathas scrive:
      Re: avete sentito l'ultima?
      - Scritto da: collione
      oracle vorrebbe poter brevettare anche i
      linguaggi di programmazione, cioè i costrutti, la
      sintassi,
      ecc...

      bah, follia puraMah teoricamente potrebbe sviluppare uno specifico linguaggio di programmazione e brevettarlo, in linea teorica non ci sarebbe alcun problema. Il problema sarebbe di natura commerciale perché un linguaggio "proprietario" per sua natura tende a respingere i programmatori amatoriali e gli appassionati che sviluppano tanto per passione.Brevettare i linguaggi di programmazione, in blocco, invece è impossibile: "prior art".
      • Paolo scrive:
        Re: avete sentito l'ultima?
        - Scritto da: shevathas
        Mah teoricamente potrebbe sviluppare uno
        specifico linguaggio di programmazione e
        brevettarlo, in linea teorica non ci sarebbe
        alcun problema. Il problema sarebbe di natura
        commerciale perché un linguaggio "proprietario"
        per sua natura tende a respingere i programmatori
        amatoriali e gli appassionati che sviluppano
        tanto per passione.

        Brevettare i linguaggi di programmazione, in
        blocco, invece è impossibile: "prior art".La questione è leggermente, ma significativamente, diversa. Purtroppo sono pochi i siti che riescono a spiegare nel dettaglio la questione.Oracle in questi stessi minuti sta dichiarando in aula che il linguaggio JAVA e' coperto da copyright. Attenzione COPYRIGHT e non brevetto. Vorrebbero dire che non puoi neanche creare un linguaggio "simile" a Java nel senso che utilizza un set di API con nomi uguali a quello di Java (questo e' il caso di Android).Se passa questa linea, in teoria anche Java e' in violazione del copyright, perche' bene o male il modo in cui viene scritto e' ripreso pari pari dal C di kernighan e ritchie. Idem per praticamente tutti i linguaggi moderni.Nota a margine: Oracle sta puntando sul copyright perche' le presunte violazioni sui brevetti sono state tutte rigettate preliminarmente tranne UNA, che se viene accolta potra' fruttare a Oracle una decina di milioni di dollari.
        • collione scrive:
          Re: avete sentito l'ultima?
          in effetti ho approfondito meglio la faccenda e oracle parla di copyrightsostengono che java è simile al klingon ( il quale è protetto da copyright ):Ddicono che:"While copyrighting a computer language cannot prevent others from designing programming languages that serve the same functions, the detailed vocabulary and written expression of the computer language should be protectable elements if sufficiently original and creative."onestamente non vedo cos'è di java ad avere così originale e creativoe come pretendere un copyright su un linguaggio che è stato sviluppato in collaborazione con vari attori? e le concessioni di sun? la vedo onestamente come l'ultima arrampicata sugli specchi prima di perdere tutto
  • MeX scrive:
    la API di Java
    [img]http://www.lonelyplanet.com/maps/asia/indonesia/java/map_of_java.jpg[/img][img]http://cocaine.org/bees/honey-bee.jpg[/img]
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