Kim Dotcom, sarà estradizione?

Le parti si sono confrontate per dieci settimane: ora spetta alla giustizia neozelandese decidere se i vertici del fu Megaupload dovranno essere giudicati negli States
Le parti si sono confrontate per dieci settimane: ora spetta alla giustizia neozelandese decidere se i vertici del fu Megaupload dovranno essere giudicati negli States

Rimandato per mesi e mesi, protrattosi per più del doppio del tempo stimato all’avvio, il confronto presso la giustizia neozelandese si è concluso con le ultime argomentazioni dei legali di Megaupload e le ultime argomentazioni dei legali che hanno agito nel nome degli USA: il giudice nelle prossime settimane delibererà riguardo al destino di Kim Dotcom e sodali, stabilendo se dare o meno il via libera all’estradizione negli USA.

Dotcom, insieme ai collaboratori Mathias Ortmann, Finn Batato e Bram van der Kolk, a quasi quattro anni dal raid che ha consegnato alla storia il servizio di hosting Megaupload, per dieci settimane ha esposto le proprie ragioni presso il tribunale distrettuale di Auckland, nel tentativo di opporsi alle richieste del Dipartimento di Giustizia degli USA, che lo vorrebbe oltreoceano per giudicarlo sulla base delle accuse di associazione a delinquere finalizzata alla gestione di un’attività illegale, riciclaggio di denaro e violazione di proprietà intellettuale. Dotcom non intende rassegnarsi ad accettare la condanna a cui il tecnico Andrus Nomm si è rassegnato consegnandosi alla giustizia statunitense: ha dato fondo a tutte le proprie risorse per tentare di convincere le autorità della neutralità di Megaupload, e della propria innocenza.

Le argomentazioni di Dotcom e del suo legale sono da sempre incentrate sulle responsabilità di Megaupload: in qualità di servizio di hosting che ospitava contenuti caricati dagli utenti, non avrebbe avuto alcun ruolo nelle violazioni del diritto d’autore commesse eventualmente da terzi. Avrebbe invece agito nel rispetto dei detentori dei diritti, provvedendo alle rimozioni su segnalazione nella stragrande maggioranza dei casi.

L’accusa, invece, nel corso delle settimane ha sostenuto non solo la negligenza di Megauplaod nel prevenire le violazioni, ma il ruolo della piattaforma nell’incoraggiarle, facendo degli abusi degli utenti un modello di business. Il servizio di hosting, ha riferito la legale Christine Gordon, nel momento del suo massimo successo rappresentava il 4 per cento del traffico dell’intera rete, e contava 50 milioni di utenti unici al giorno: utenti da cui avrebbe tratto guadagno con l’advertising (25 milioni di dollari) e con offerte premium incentrate su maggiore spazio di archiviazione e maggiore ampiezza di banda in download (150 milioni di dollari). Utenti che, al tempo stesso, avrebbe ricompensato per la loro collaborazione alla condivisione di contenuti apprezzati da altri utenti.

I legali della difesa, in ogni caso, oltre a respingere ogni accusa si appigliano al tipo di violazioni contestate: il tutto si sarebbe dovuto chiarire presso un tribunale civile, le accuse formulate dagli States non giustificano la richiesta di estradizione. Ma tutto il caso, coglie l’occasione per ricordare Dotcom, sarebbe fondato sull’ingiustizia e sulla pressioni dei potentati del copyright.
A decidere sarà il giudice neozelandese Nevin Dawson, lo stesso magistrato che nel 2012 aveva disposto il rilascio su cauzione di Dotcom.

Gaia Bottà

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24 11 2015
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