Con il lancio di Muse, Meta si è posta un obiettivo molto chiaro: proporre un agente AI dall’aspetto amichevole e rassicurante, ben lontano dai rischi associati alla tecnologia. E la realizzazione di un tamagotchi dedicato va esattamente in questa direzione. Peccato che stiano emergendo pratiche che di simpatico e benevolo hanno ben poco, come quella che prevede una vera e propria profilazione dei contatti con i quali l’utente interagisce.
Muse crea una scheda per ogni persona
Alcuni ricercatori hanno chiesto all’intelligenza artificiale di raccogliere i file ai quali ha accesso e quelli utilizzati, comprimendoli in un archivio. Al suo interno sono state trovati i prompt assegnati e le istruzioni operative. Una di queste istruzioni consiste nel creare una pagina per ogni persona nella vita dell’utente
. In altre parole, nello schedare i contatti o, per essere ancora più precisi, tutti coloro citati in qualsiasi modo durante le interazioni.
Ne è emersa la compilazione di informazioni a proposito di familiari, partner, amici, colleghi e collaboratori. L’obiettivo? Creare una memoria (file TXT strutturati) su cui far leva per migliorare le relazioni con gli altri, attraverso suggerimenti mirati.
Può quindi offrire consigli, come indicazioni su come migliorare determinati rapporti o, per esempio, su dove portare a fare colazione un amico amante del caffè.
Il problema non è certo quello del chiedere all’AI come interagire con qualcuno, lo si fa da anni con i chatbot. La profilazione accurata di chiunque, senza l’autorizzazione del diretto interessato, è però una pratica che deve inevitabilmente far riflettere. Oppure siamo già al punto che anche questo può essere considerato un rischio accettabile?
Anni fa ritenevamo preoccupante la condivisione sui social dei dati inerenti ai più piccoli (poi saremmo arrivati a chiamare il fenomeno sharenting), temendo per gli effetti negativi sulla loro sfera privata, una volta cresciuti. Oggi siamo propensi a riconoscere come legittimo che a farlo sia un automatismo, nemmeno in modo esplicito. Vien da pensare che, alla fine, avesse ragione quel giovane Mark Zuckerberg che ha sempre considerato la privacy un concetto sopravvalutato, fin dai tempi del primo Facebook.