Perché Apple (non) chiuderà iTunes Store

Una minaccia fatta balenare davanti alla commissione statunitense incaricata di valutare le modifiche alla legge sulle royalty. Una minaccia sottile, emersa con mesi di ritardo. Proprio alla vigilia del verdetto

Roma – “Apple ha più volte ribadito di essere in affari per profitto, e dunque probabilmente chiuderebbe iTunes Store se non fosse più remunerativo”: con queste parole, il responsabile del negozio virtuale di musica di Apple Eddy Cue chiariva un anno e mezzo fa davanti alla Copyright Royalty Board la posizione della sua azienda sulla ventilata possibilità di un aumento del compenso previsto per i detentori dei diritti per ogni canzone venduta. Una minaccia neppure tanto velata, sfuggita a tutti fino alla vigilia del pronunciamento della commissione. Pronunciamento che dovrebbe avvenire in queste ore.

Secondo Cue , il lievitare dei costi legati al singolo brano non potrebbe avere che due possibili conseguenze: Apple potrebbe decidere di assorbire lei stessa la differenza nei compensi imposta per legge, riducendo i suoi introiti e dunque ponendo in forse la sopravvivenza dello store, oppure l’azienda di Cupertino si vedrebbe costretta ad aumentare il costo dei brani oltre i 99 centesimi . Una prospettiva che, secondo la casa della Mela, non garantirebbe maggiori incassi ai detentori dei diritti.

“Non ho dubbi che l’aumento nel costo dei brani farebbe diminuire il livello degli acquisti nel nostro negozio, azzerando la crescita e quindi – in poco tempo – riducendo le remunerazioni complessive per le licenze dei detentori dei diritti” chiarisce. Senza contare, si legge nello stesso documento , che il prezzo invitante e la crescita spettacolare di iTunes costituiscono – secondo Apple – l’ unica alternativa esistente al traffico pirata della musica . Un modo per ribadire che in questo settore o ci si misura con il primo negozio di musica degli Stati Uniti, oppure si rischia di essere tagliati fuori dal business.

Il testo, versione pubblica di un memoriale presentato alla commissione durante la primavera del 2007, contiene diverse notizie interessanti sulla strategia di Apple per la vendita dei contenuti. Alcuni omissis sono peraltro leggibili, e fanno luce su alcuni (“segretissimi”) numeri di iTunes Store : il 40 per cento dei brani venduti fa parte di un album (pag 7), dal 2005 il numero di clienti è aumentato al ritmo di 1 milione al mese con picchi significativi durante le festività (pag 9), milioni di dollari sono stati già versati in diritti d’autore (pag 36) ed esistono rischi concreti di frodi telematiche legate all’utilizzo della carta di credito (pag 37).

La proposta finale di Apple si assesta sul 4,1 per cento della somma complessiva incassata per ogni brano da versare come compensazione, in linea con quanto proposto dai consulenti tecnici della commissione e distante dalle cifre proposte da alcuni rappresentanti dei detentori dei diritti. Il passaggio da 9 a 15 centesimi di compensazione , secondo quanto proposto dalla National Music Publishers Association , per Cupertino risulterebbe incompatibile con il prosieguo dell’esperienza di iTunes: e senza iTunes, il futuro del mercato digitale musicale potrebbe essere messo in forse, dice la Mela.

La minaccia di Apple, in ogni caso, pur se priva di sostanza mette in chiaro il contrasto esistente tra chi ha messo in piedi un nuovo canale di distribuzione e vendita per i contenuti ( allargatisi nel frattempo anche al video), e chi invece vede progressivamente scomparire il proprio business tradizionale in favore dei nuovi venuti. La Mela, in sostanza, non intende certo rinunciare agli introiti derivanti dai milioni di iPod e miliardi di brani venduti : di certo, però, non intende farsi mettere all’angolo da chi quelle canzoni vorrebbe venderle ad altre condizioni, e con altri prezzi.

In ballo c’è dunque la sostenibilità del modello di business che prevede la fruizione digitale della musica. Che prevede non solo la vendita, in cui iTunes la fa da assoluto padrone, ma anche l’ascolto in streaming (come se di radio tradizionale si trattasse) sui “canali” dei webcaster . Per quest’ultimo settore , neanche a farlo apposta è giunto proprio ieri un atteso differimento sul termine ultimo entro cui adottare il nuovo regime di compensazione per la musica “mandata in onda”.

Il gruppo di webcaster capitanato da Pandora avrà tempo fino a febbraio 2009 per tentare di negoziare un accordo con RIAA e gli altri soggetti coinvolti. Da quel momento in avanti scatterà l’applicazione delle tariffe stabilite lo scorso anno dalla commissione, con costi talmente alti da spingere tutti gli imprenditori coinvolti a considerare l’ipotesi di chiudere baracca. Pandora lamenta inoltre la scarsa disponibilità mostrata finora dalla controparte nel corso della trattativa.

Luca Annunziata

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