Il marchio TIM rimarrà anche se Poste Italiane riuscirà ad acquisirne l’intero capitale. Non avrebbe senso fare altrimenti, considerando la sua importanza e la sua popolarità tra i consumatori italiani. Ieri è stata ufficializzata l’offerta da 10,8 miliardi di euro che potrebbe portare il gruppo ad assumere il controllo dell’operatore. Le valutazioni sono in corso.
Cosa cambierà (e cosa no) se Poste prenderà il controllo di TIM
L’intenzione è quella di far sì che la telco continui a operare come una società autonoma e indipendente. Al tempo stesso, i suoi servizi verranno integrati sia nella rete di uffici postali (13.000 sul territorio) sia nella super app P che lo scorso anno ha già inglobato BancoPosta e Postepay, facendo registrare un record di utenti.
Il Corriere ha raccolto le parole dell’amministratore delegato Matteo Del Fante, secondo cui si tratta di un’operazione studiata per cinque anni, ma che solo ora può arrivare a concretizzarsi, in seguito alla cessione di NetCo a KKR: prima il debito di TIM era troppo alto
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Tra gli obiettivi dichiarati per Poste Italiane c’è anche quello di incrementare l’offerta di servizi per la PA. In che modo? Facendo leva proprio sui rapporti già in essere con le istituzioni. Queste le parole del CEO.
… la seconda ragione per andare all-in è che siamo convinti che TIM possa trarre vantaggio dall’essere più vicino all’ambiente delle istituzioni, aumentando la penetrazione dei suoi servizi per le pubbliche amministrazioni.
Tra gli analisti c’è chi ritiene l’offerta da 10,8 miliardi di euro troppo bassa perché si possa giungere alla stretta di mano definitiva. Vale la pena sottolineare che la sua ufficializzazione è arrivata proprio nelle ore in cui il mercato azionario è stato scombussolato a livello globale dalle dichiarazioni via social di Donald Trump a proposito di una possibile trattativa con l’Iran per una tregua nella guerra in Medio Oriente. Un singolo post che ha innescato scompensi per l’economia mondiale.