In Italia il DRM è morto

Dada firma con Universal e ora ha tutte le quattro sorelle in catalogo. Senza protezioni, sembrerebbe. E come l'azienda di Firenze fanno anche altri store, soprattutto all'estero. iTunes come si muoverà?

Roma – Il 2009 sarà l’anno della morte del DRM. A sentenziarlo, negli scorsi giorni, il CEO di 7digital Ben Drury : secondo il manager britannico, il 2008 è stato “l’anno chiave in cui le etichette hanno finalmente accettato la musica digitale e i servizi con licenza DRM-free”, aprendo finalmente la strada a “innovazione e competizione” sul mercato. Vale a dire che, così dice Drury, per Apple e il suo iTunes Store la festa è finita : ora per la musica in rete si prospettano nuove occasioni, tutte sotto l’ombrello dei file senza protezioni e senza confini di piattaforma o dispositivo.

7digital, lo store uk Per Drury, insomma, l’era del legame indissolubile tra iTunes e iPod è giunta a conclusione. Nel futuro, il capo di uno dei principali store UK di musica digitale vede “un flusso integrato di download e streaming, che consenta ai consumatori di scoprire e godere la musica in qualunque ambiente si trovino in quel momento”: messa da parte la questione licenze , almeno per il momento, Drury punta a fornire ai suoi clienti sempre maggiori occasioni per conoscere nuovi autori e nuovi brani attraverso ad esempio lo streaming, brani da far poi acquistare in un secondo momento ovviamente sotto forma di MP3 liberi.

È seguendo un approccio tutto sommato simile che Dada ha dato vita da ormai cinque mesi al suo portale-community Music Movement : con la firma, arrivata proprio in queste ore, di un contratto con Universal, la più grande delle quattro sorelle, l’azienda toscana ora offre sul suo sito quasi 2,5 milioni di brani MP3 tutti rigorosamente privi di DRM , con bitrate compresi tra 256 e 320Kbit. A differenza di 7digital, tuttavia, i brani non sono in vendita a un prezzo imposto: ci si abbona a un servizio , con diverse formule che vanno da un minimo di 3 euro a settimana ad un massimo di 12 euro al mese, e si ottengono automaticamente crediti per il download.

Nella formula pensata per i PC, quella chiamata Un mondo di mp3 , il pagamento mensile di 9,90 euro avviene tramite carta di credito (presto anche via Paypal): ogni 30 giorni si hanno a disposizione 30 crediti (non cumulabili) per scaricare altrettante canzoni, e si può accedere sul sito allo streaming di tutto il catalogo presente che oltre a Universal, EMI, Warner e Sony comprende pure l’oceano di etichette indie raccolte sotto l’ombrello di The Orchard . In alternativa, oltre allo streaming l’offerta Non solo cell consente 7 download a settimana e la disponibilità di contenuti per il cellulare: in questo caso il costo dell’abbonamento, 3 euro a settimana, viene detratto dal credito telefonico.

Ciascun utente, inoltre, ha a disposizione la sua pagina personale con un profilo personalizzabile sullo stile dei social network. Ed è proprio questa, spiega a Punto Informatico la responsabile del progetto Music Movement Francesca Pezzutti , la differenza principale rispetto alla concorrenza: “Vogliamo posizionarci al centro, creare una convergenza tra il concetto di community e quello di store musicale: non vogliamo essere solo una vetrina dove acquistare gli MP3, vogliamo creare un punto di riferimento per una community musicale che parla di musica e partecipa ad alcuni eventi, tenuta insieme dall’amore per la musica stessa”.

L’acquisto dei brani, in questo caso il pagamento di un abbonamento, sarebbe insomma la diretta conseguenza di una passione : “Il mercato della pirateria in Italia è senz’altro molto pronunciato – prosegue Pezzutti – ma le community dei fan sono quelle che sostengono il business musicale, anche quello digitale: puntando su questa capacità di aggregazione stiamo animando il nostro sito con vari eventi, per far sì che diventi un luogo dove incontrare gli artisti e vivere la musica in modo complessivo”. Un’idea, precisa, “che non è propriamente quella su cui si basa il music store alla iTunes”. Anche la scelta di prevedere solo alcune forme di abbonamento, spiega Pezzutti a Punto Informatico , è diretta conseguenza di questa prospettiva: “Crediamo nella possibilità di diventare un punto di contatto quasi giornaliero: il menù à la carte , quello prendi e scappa, non è coerente con questo tipo di posizionamento”. Più che all’acquisto di un CD, racconta Pezzutti, l’abbonamento a Music Movement ricorda quello del teatro : “La subscription è un modo di vedere il servizio in modo continuativo, e di fatto stiamo vedendo che l’utilizzo medio di questa tipologia di offerta rispetto a modelli tradizionali è molto alto”.

dada, lo store italiano In pratica, Pezzutti lo conferma, l’utilizzo che si fa del servizio è diverso a seconda del luogo e del momento della giornata : di giorno c’è chi si collega per tenere sotto controllo l’attività delle proprie amicizie, o chi utilizza lo streaming per ascoltare la musica dall’ufficio; alla sera, invece, magari si scaricano un paio di brani sentiti durante il giorno e li si infila sul proprio lettore musicale per portarseli appresso nel commuting o in palestra. Insomma, quel “flusso integrato di download e streaming” di cui parlava il CEO di 7digital poche righe or sono.

Alle parole di Drury fanno eco quelle di Pezzutti: “Stiamo cercando di portare sempre più gente nel mondo di Music Movement – racconta a Punto Informatico – per fargli assaggiare la musica”. Si ascolta in streaming e poi si scarica solo quello che piace , ad un prezzo ritenuto concorrenziale: il numero di brani presenti non è ancora al livello di quello di iTunes, ma l’inserimento di nuove canzoni va avanti al ritmo di 20mila al giorno, e nel frattempo anche il sito stesso evolve per fare fronte alle esigenze dei navigatori o per correggere qualche imperfezione tipica di un prodotto con poche settimane di vita alle spalle.

Resta da capire in che modo vengano gestite le problematiche della duplicazione e del controllo dei contenuti scaricati . Dada, nelle condizioni di utilizzo del servizio, chiarisce che “L’Utilizzo dei Contenuti in violazione della vigente normativa nazionale ed internazionale in materia di tutela del diritto di autore e/o in violazione delle disposizioni previste nelle presenti T&C e nella sezione Info&Costi ricade sotto la esclusiva responsabilità dell’Utente”, e che “È vietata qualsiasi forma di commercializzazione dei Contenuti da parte degli Utenti a qualsivoglia titolo”: con buona pace di chi già pensava ad un possibile mercato di MP3 usati.

In ogni caso, spiega Dada a Punto Informatico , “Noi siamo uno store digitale, con la sola responsabilità di distribuire e informare gli utenti e non di vigilare su di loro”. A quanto è dato sapere, il contenuto offerto sul sito è privo di ogni protezione, ma non è possibile escludere che a monte la casa discografica non abbia applicato qualche forma di watermark che distingua genericamente la piattaforma di provenienza dei file. Dando un’occhiata ai tag nulla traspare, mentre ad esempio iTunes mostra nome e cognome dell’acquirente nei brani liberi: ma questo non esclude automaticamente il watermarking .

Pezzutti ci tiene a precisare che Dada invece punta alla massima trasparenza: “I valori dei campi riempiti durante l’iscrizione non vengono ceduti a terzi, e si tratta comunque di un profilo molto light”. L’archivio delle canzoni scaricate (utile pure come ricevuta di quanto si possiede legittimamente) e di quanto ascoltato servirà solo alla creazione di un “dna musicale” personale, per “creare playlist, aiutare l’utente a selezionare artisti simili”, insomma per migliorare l’esperienza complessiva : “Dada – conclude Pezzutti- crede nel modello della musica digitale: un modello che si può trasformare in un introito dal punto di vista economico – siamo pur sempre un’azienda – ma che è senz’altro ideale per fare da collante in una community”. In attesa della prossima mossa di Apple.

a cura di Luca Annunziata

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  • di passaggio scrive:
    quanti commenti!!!
    la dice lunga sul fatto che una cosa del genere, in Italia, è ancora più utopistica della fantascienza... prima o poi anche qui in Italia vedremo cose alla Star Trek, ma prima di vedere dei corsi del genere credo che l'umanità sarà già finita da un pezzo... :-P
  • z f k scrive:
    e continuano a chiamarli giochini
    L'esercito americano addestra i suoi soldati con dei First Person Role Playing.Le scuole americane sperimentano l'uso massiccio di Edutainment.Il gioco di ruolo viene usato in psicologia praticamente da sempre.I vari simulatori vengono usati per addestrare piloti e autisti prima di mettergli ina mano i comandi (ce ne sono anche per i paraplegici che desiderano conseguire la patente automobilistica).Altri simulatori vengono utilizzati nelle terapie di recupero.I videogiochi implementano studi sulla percezione, sulla modellizzazione dei fenomeni fisici. Studiano le tempistiche dell'utente piu' che nel caso di un libro o di un film, data la componente interattiva.I videogiochi portano a migliorare se' stessi, per poter ottenere il massimo punteggio, il quale comporta la massima soddisfazione (tempo fa pubblicarono uno studio sui bambini e sui giochi: i maschietti preferivano quelli competitivi, mentre le bambine quelli collaborativi; non so quanto la cosa cambi con l'eta' :) ).Qual e' stata la killer application all'uscita del nintendo ds?CYA
    • Funz scrive:
      Re: e continuano a chiamarli giochini
      - Scritto da: z f kVeroPeccato che l'atteggiamento dei media tradizionali sia questo:quando è uscita la notizia che il mercato dei VG aveva ormai superato quello del cinema, al TG non hanno saputo fare di meglio che commentare mettendo Clark Gable che dice "francamente, mia cara, me ne infischio"Complimenti all'attualità :D
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